I BOSCHI DELLA DROGA

1 Maggio 2026

di

Valentina Panetta

Tra bivacchi, pusher e rifugi nascosti nella vegetazione, lo spaccio tra gli alberi è una realtà diffusa nel nostro Paese. Le operazioni dei Carabinieri mirano a riconquistare territori sottratti alla comunità e restituirli ai cittadini

Da anni le aree boschive della nostra Penisola sono diventate il rifugio ideale per reti di spaccio capaci di mimetizzarsi tra sentieri, vegetazione fitta e accessi difficili da controllare. Una geografia criminale che crea angoli di illegalità in luoghi destinati al contatto dei cittadini con la Natura, che diventa, suo malgrado, complice di attività illecite. Da Milano a Como, fino alla provincia di Rieti, lo schema è sempre lo stesso: i boschi trasformati in piazze di spaccio stabili, presidiate giorno e notte. Ma negli ultimi anni, però, la risposta dello Stato si è fatta più incisiva, grazie a un lavoro capillare e costante dei Carabinieri, impegnati in operazioni complesse per restituire ai cittadini i polmoni verdi del Paese. Uno dei fronti più noti è il Parco delle Groane, un’area di ottomila ettari tra Milano e la Brianza che da anni convive con lo spaccio. Un vero e proprio hub, gestito da bande di origine nordafricana: un mercato di hashish, eroina e cocaina attivo ventiquattro ore su ventiquattro, come accertato dai Carabinieri della Compagnia di Rho, impegnati nel contrasto alle attività degli spacciatori e nello smantellamento dei loro covi. Situazioni analoghe si registrano nelle aree boschive di Inverigo, Merone e Monguzzo, dove lo spaccio si è radicato al punto da creare vere e proprie “aree di lavoro” per pusher che si muovono in bicicletta, nascondono la droga nei ruderi e conoscono a memoria ogni sentiero. Lo scorso ottobre le Forze dell’Ordine hanno messo in campo un intervento straordinario: la Questura di Como ha predisposto un servizio di controllo del territorio in sinergia con il Reparto Prevenzione Crimine di Milano, la Stazione dei Carabinieri di Lurago d’Erba e l’Unità Cinofila della Guardia di Finanza. In poche ore sono state identificate 89 persone in due specifiche zone di spaccio. Nel bosco sono state trovate una bilancia funzionante, materiale per il confezionamento dello stupefacente e circa 500 grammi di eroina nascosti all’interno di un vecchio nastro trasportatore. Una risposta netta, segno che lo Stato non intende lasciare queste aree in mano ai gruppi criminali.

IL COINVOLGIMENTO DEI MINORI

In parallelo al lavoro di smantellamento emerge l’altra faccia del fenomeno: quella dei ragazzi risucchiati da un sistema capace di trasformare minorenni in spacciatori. Una deriva che mostra la complessità del problema e quanto sia decisivo sottrarre ai gruppi criminali i loro centri operativi nascosti tra gli alberi. Le testimonianze raccolte nelle comunità di recupero parlano di adolescenti di 12 o 13 anni impiegati nei boschi da mattina a sera, a vendere decine di grammi al giorno, spesso dopo essere entrati in quel contesto come semplici consumatori. È quanto accade nel bosco di Rogoredo, una delle piazze di spaccio a cielo aperto più note del nostro Paese, dove una delle ultime retate ha coinvolto 681 persone. La fitta vegetazione viene utilizzata anche come copertura per la produzione delle sostanze. È il caso del Pavese, tra Varzi e Santa Margherita di Staffora, dove lo scorso dicembre i Carabinieri hanno scoperto un capannone nascosto tra i boschi e utilizzato per coltivare marijuana. L’odore era talmente intenso che i militari, insospettiti, hanno iniziato a monitorare la struttura, ufficialmente abbandonata. Dopo due settimane di osservazione sono scattati l’arresto di quattro uomini e il sequestro di 64 chili di marijuana. All’interno del capannone sono stati trovati centinaia di vasi e tutto il necessario per la coltivazione: concimi, aeratori e lampade.

LE OPERAZIONI

Mentre in Lombardia si sono implementate nuove strategie di prevenzione, come la videosorveglianza continua nelle 38 aree boschive più critiche, in altri territori i Carabinieri hanno avviato operazioni ancora più complesse. È il caso della provincia di Rieti, teatro di numerosi interventi tra settembre e ottobre che hanno richiesto l’impiego, oltre ai reparti territoriali, degli Squadroni Eliportati Cacciatori di Puglia, Sardegna e Sicilia. Unità addestrate per operare in ambienti impervi, nate per contrastare sequestri di persona e criminalità organizzata latitante nelle zone montuose. Anche qui i Carabinieri sono riusciti a colpire in profondità. In poche settimane sono stati effettuati oltre trenta servizi di pattugliamento, smantellati decine di bivacchi, arrestate undici persone – tra cui un latitante – e sequestrate dosi di cocaina, eroina e hashish. L’operazione più significativa, a Rocchetta, ha portato all’arresto di sei persone dopo una rocambolesca fuga tra la vegetazione. Sequestrati 107 grammi di cocaina (82 dosi), 58 grammi di hashish, 3,5 grammi di eroina, oltre a bilancini, coltelli, passamontagna e denaro. “Lo spaccio nei boschi è un fenomeno tipico della zona del Reatino perché sfrutta la morfologia del territorio. Qui svolgiamo attività investigativa, ma anche di prevenzione”, spiega il Colonnello Valerio Marra, Comandante Provinciale dei Carabinieri di Rieti. “Il bosco consente agli spacciatori di sottrarsi alla sorveglianza e offre vie di fuga difficili da intercettare, per questo abbiamo chiesto l’intervento di reparti specializzati”. Bivacchi nascosti a decine di metri dalla strada, rifugi di fortuna disseminati nella vegetazione, spesso lungo le rive dei fiumi: luoghi scelti per rendere complessa ogni irruzione. Le operazioni condotte in Lombardia, nel Lazio e in molte altre aree stanno dimostrando che bonificare i “boschi della droga” è possibile. Richiede tempo, risorse e la capacità di muoversi in territori difficili, spesso ostili. I risultati degli ultimi mesi, come la distruzione di decine di bivacchi, indicano una linea chiara: lo Stato non arretra. E ogni intervento è un passo in più per restituire ai cittadini spazi verdi sicuri, liberati dalla presenza di reti criminali che pensavano di potersi nascondere tra gli alberi. “La popolazione ci aiuta e ci ringrazia”, conclude il Colonnello Valerio Marra. “Riceviamo segnalazioni dagli stessi residenti che amano i boschi, frequentano i sentieri e si imbattono in soggetti con passamontagna. Noi lavoriamo per proteggere questi luoghi e restituirli alle persone perbene che vogliono vivere la Natura”.

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