Dalle cicatrici della violenza alla speranza di una famiglia: la seconda vita dei cani salvati dai ring clandestini. L’impegno dei Carabinieri per contrastare le organizzazioni criminali
Foto Fondazione Cave Canem
Le cicatrici sul muso dei cani sequestrati raccontano storie di violenza e sopraffazione. Sono le tracce di un addestramento feroce e di combattimenti clandestini. Dietro quelle ferite c’è un mondo fatto di scommesse illegali, riproduzioni forzate e interessi economici tessuti nella rete della criminalità organizzata. Dopo anni di sfruttamento, per alcuni di loro però arriva il lieto fine. Dapprima il sequestro e l’allontanamento dai propri aguzzini, frutto del lavoro del Reparto Operativo del Raggruppamento Carabinieri CITES, attraverso la Sezione Operativa Antibracconaggio e Reati a Danno degli Animali (SOARDA), poi la ricerca di una nuova famiglia, resa possibile dalla collaborazione tra la Magistratura, le strutture veterinarie dedicate e gli enti del terzo settore.



La fama di un cane “campione” fa crescere i profitti, proprio come accade nello sport professionistico. Gli animali – spesso pitbull– vengono sottoposti a metodi di addestramento brutali: tenuti con catene cortissime, costretti a correre per ore sui tapis roulant, dopati con sostanze illegali e rinchiusi in spazi angusti per esasperarne l’aggressività.
“Il fenomeno dei combattimenti clandestini tra cani – spiega il Tenente Colonnello Irene Davì, Comandante del Reparto Operativo del Raggruppamento Carabinieri CITES, impegnata in prima linea per smantellare queste reti criminali – non è semplice da quantificare. Non parliamo soltanto delle scommesse clandestine, che possono raggiungere migliaia di euro, ma anche della riproduzione di esemplari vincenti. Alcuni cani conquistano il marchio 3W, che certifica tre vittorie consecutive in combattimenti svolti in ring di 4×4 metri: un titolo che ne aumenta il valore e la richiesta sul mercato, anche per gli accoppiamenti forzati tra consanguinei”.
IL MERCATO
I combattimenti tra cani rappresentano un business millenario, le cui origini risalgono ai ludi circenses dell’antica Roma. Nel corso dei secoli questa pratica crudele non è mai scomparsa, ma si è adattata ai tempi e alle logiche del mercato. Se fino a pochi anni fa gli scontri avvenivano in luoghi nascosti e appartati, oggi emergono nuove tendenze: è il caso dei cosiddetti Street Dog Fighters. “Si tratta – prosegue Davì – di scontri organizzati in strada, in aree isolate o addirittura all’interno di autovetture e furgoni. I cani vengono chiusi nei vani, il pubblico resta fuori ad ascoltare i rumori, finché non cala il silenzio, segnale che uno dei due ha avuto la peggio. Un fenomeno già diffuso all’estero, che temiamo si stia affacciando anche in Italia”. Un altro elemento di novità riguarda l’addestramento: alcuni esemplari vengono affidati a soggetti residenti all’estero, soprattutto nei Balcani, dove l’esperienza nella preparazione dei cani da combattimento è tristemente consolidata. Per questo motivo l’Arma ha rafforzato la cooperazione internazionale con Europol e con le Forze di Polizia dei Paesi confinanti, condividendo informazioni e avviando indagini congiunte.
Sul territorio nazionale i Carabinieri operano attraverso attività di intelligence e indagini tradizionali. Spesso tutto nasce da segnalazioni di cittadini o da informatori interni al circuito criminale. Da lì si sviluppano pedinamenti, controlli mirati e, nei casi più gravi, intercettazioni. “Intervenire – sottolinea Davì – significa spesso confrontarsi con soggetti con precedenti penali importanti, legati a reati di droga, armi e violenza. Per questo le operazioni devono essere pianificate con grande attenzione e con un adeguato cordone di sicurezza”.



Il quadro geografico non mostra differenze significative: Emilia-Romagna, Abruzzo, Lazio, Campania e Sicilia sono tra le regioni più interessate, ma la pratica è diffusa in tutto il Paese. A volte le indagini portano alla luce persino combattimenti tra specie diverse, come cani e cinghiali, a conferma della crudeltà di tali circuiti criminali.
Gli animali sequestrati presentano quasi sempre gravi lesioni fisiche: fratture, traumi, mutilazioni. Nei casi più drammatici non sopravvivono al combattimento. Quando, invece, riescono a essere salvati, vengono affidati a strutture specializzate individuate dalle Procure, dove inizia un percorso complesso di recupero fisico e comportamentale. La legge consente oggi che, con l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, questi cani possano essere affidati ad associazioni e fondazioni, che ne curano la riabilitazione e l’inserimento in nuove famiglie, offrendo una prospettiva concreta di riscatto.
Tra gli enti più attivi nel settore c’è la Fondazione Cave Canem, che in diversi casi ha assunto la custodia giudiziaria degli animali sottratti ai circuiti criminali. “Il nostro compito – sottolinea l’avvocato Federica Faiella, Presidente della Fondazione – è anche legale: ci battiamo nei tribunali per impedire che i cani tornino ai loro aguzzini. Allo stesso tempo costruiamo per loro percorsi di rinascita, grazie a un’équipe di veterinari ed educatori cinofili”.
UNA SECONDA POSSIBILTÀ
È proprio all’interno dei rifugi della Fondazione che prende forma il volto più concreto della rinascita. Goccia, con il labbro lacerato e i tagli sul muso, costretta per anni ad allenamenti estenuanti, oggi cammina libera sull’erba, seguita dagli educatori cinofili. Accanto a lei c’è Brodo, dal fisico compatto e scattante, a cui erano state tagliate coda e orecchie per renderlo più “performante” sul ring. Il suo corpo riproduce meccanicamente gli sforzi dell’allenamento così, appena liberato, schizza senza sosta tra i prati. Si tratta di nomi nuovi, a cui ancora i cani non si sono abituati del tutto, ma che segnano una chiusura con il passato. Alba, femmina salvata insieme agli altri, portava in grembo sei cuccioli: la loro nascita è diventata simbolo di una vita sottratta alla crudeltà. Michi, infine, al momento del sequestro, nell’ambito di un’operazione dei Carabinieri, si trovava rinchiusa in una cantina, accanto a un ring sporco di sangue. Ora passeggia serena nel rifugio, in cerca di carezze e attenzioni. Negli spazi della Fondazione, accanto alle cure mediche, c’è, infatti, il lavoro quotidiano di chi insegna agli animali a recuperare un rapporto di fiducia con le persone. “Insegniamo loro che non devono più difendersi, che possono tornare a fidarsi dell’uomo”, racconta l’educatore cinofilo Mirko Zuccari. “Finito il percorso rieducativo, non sono più considerati cani aggressivi e sono pronti a cercare famiglia. Meritano una seconda possibilità”.

