OPERAZIONE CERVO ITALICO

1 Maggio 2026

di

Isabella Pratesi

Una nuova speranza per salvare dall’estinzione il principe delle foreste italiane. Dopo tremila anni, l’antica sottospecie endemica torna a popolare gli Appennini calabresi grazie a un ambizioso progetto di reintroduzione al quale collabora anche l’Arma dei Carabinieri

Se potessimo tornare indietro nel tempo, lasciandoci alle spalle più di tremila anni di storia italiana, ci troveremmo immersi in un mondo di foreste impenetrabili, selve verdeggianti e boschi planiziali, che si estendevano a perdita d’occhio lungo tutta la Penisola. Un mondo temuto e venerato, pericoloso e invalicabile, come ricorda bene Tito Livio descrivendo, tra le tante, la vastissima Silva Ciminia, che un tempo si estendeva tra Lazio, Toscana e Umbria: “…maiorem atque horribiliorem quam Germaniae silvae sunt…” (… più grande e spa28 #Natura ventosa persino delle foreste della Germania). Queste foreste erano la casa inviolata di creature mitologiche e animali reali, cacciati e idolatrati. Tra tutti spiccava il cervo, elegante, veloce e schivo, principe dell’ombra e vittima mansueta. Per secoli questo grande erbivoro ha alimentato leggende, miti e storie, affascinando artisti e poeti e simboleggiando valori umani come nobiltà, purezza e potere. Preda ambita dai cacciatori, il cervo è stato anche compagno di divinità e di fanciulle leggiadre, incarnando un legame millenario tra uomo e Natura.



A testimonianza di ciò, nel settimo libro dell’Eneide Virgilio imputa all’uccisione di un cervo, caro a una giovane latina – Silvia l’inizio della guerra tra Troiani e Latini. Molto probabilmente quel cervo non era l’ormai diffuso e conosciuto cervo rosso europeo (Cervus elaphus), bensì un cervo italico (Cervus elaphus italicus), una sottospecie endemica della Penisola che per millenni ha popolato le nostre foreste e le battute di caccia, seguendo poi il drammatico destino della coltre verde e impenetrabile: una copertura boschiva che solo negli ultimi decenni sta lentamente riconquistando il paesaggio italiano dopo secoli di rarefazione e distruzione causate dallo sfruttamento umano.

UN TESORO BIOLOGICO

Se per quelle antiche foreste possiamo fare poco – se non proteggere i frammenti rimasti integri, come le faggete vetuste dell’Appennino oggi riconosciute patrimonio mondiale dell’umanità o i rari boschi planiziali naturali – molto più possiamo fare per salvarne gli abitanti sull’orlo dell’estinzione, come il cervo italico, emblema di un’antica biodiversità italiana che rischiamo di perdere per sempre. Fino a un paio di anni fa, gli ultimi esemplari di cervo italico, circa 300 individui, sopravvivevano esclusivamente nella Riserva Naturale Statale del Bosco della Mesola, in provincia di Ferrara, nel Delta del Po: un’area di circa 1000 ettari ricoperti da boschi planiziali. La Riserva e i suoi preziosi erbivori sono custoditi con attenzione e dedizione dai Carabinieri, consapevoli del grande valore di questo piccolo nucleo relitto. Tuttavia, una popolazione così esigua e isolata non può garantire la sopravvivenza della sottospecie nel lungo termine: malattie, inbreeding e la crescente presenza del lupo minacciano di accelerarne l’estinzione.

Per questo, nel 2023, l’Ente di gestione della Riserva – il Raggruppamento Carabinieri Biodiversità – insieme al WWF, al Parco Naturale Regionale delle Serre, all’Università di Siena e alla Regione Calabria, ha lanciato l’Operazione Cervo Italico. L’obiettivo ambizioso è stato quello di creare una nuova popolazione naturale nel Parco delle Serre, in Calabria (provincia di Vibo Valentia), un’area remota ma ideale, individuata a seguito di un approfondito studio dell’ISPRA che ne ha accertato l’idoneità ambientale.

Il progetto ha previsto finora il rilascio di 73 individui, ciascuno dotato di collare GPS per monitorare gli spostamenti e valutarne l’adattamento. Grazie alle fototrappole dell’Università di Siena è stato possibile documentare anche le nascite e, già a partire dal 2024, il progetto ha registrato i primi cuccioli: a oggi, quelli rilevati sono sei.

UNA MISSIONE DI SPERANZA

I nuovi nati sono un importante riconoscimento del grande sforzo e dell’impegno profuso da tutti i partner dell’operazione. Sedare e catturare i cervi in Natura, garantirne il trasporto tra le province di Ferrara e Vibo Valentia – in totale sicurezza e nel più breve tempo possibile – ha richiesto (e continuerà a richiedere) risorse economiche, professionalità, dedizione e tenacia.

Un ringraziamento particolare va all’Arma dei Carabinieri, che non solo rappresenta un’eccellenza nella conservazione della biodiversità in Italia e nel mondo, ma ha voluto e reso possibile l’operazione di rescue mettendo a disposizione animali, mezzi, competenze e una profonda passione per la tutela della Natura.

Oggi possiamo affermare che l’operazione procede con successo verso i suoi obiettivi, che non si limitano a salvare dall’estinzione il cervo italico, ma mirano anche a riportare nelle foreste un prezioso architetto della Natura. Questi erbivori modellano gli ecosistemi forestali, regolano la vegetazione e sostengono la catena alimentare, contribuendo a rendere ogni bosco un sistema vivo e dinamico.

Il ritorno sugli Appennini del cervo italico, a partire dal nuovo nucleo nel Parco delle Serre, non è dunque solo un’ambizione conservazionistica, ma un simbolo di speranza: un invito a riparare i danni del passato e a costruire un futuro in cui uomo e fauna selvatica possano coesistere armoniosamente, trasmettendo alle prossime generazioni il valore di quella biodiversità forestale che ha profondamente segnato la storia del nostro Paese.

CARATTERISTICHE DISTINTIVE

Il cervo italico (Cervus elaphus italicus), noto anche come cervo della Mesola, rappresenta una delle più importanti testimonianze della fauna originaria della Penisola italiana. Si tratta di una popolazione distinta rispetto agli altri cervi rossi europei, dotata di caratteristiche proprie. Fino al 2023 l’unico nucleo sopravvissuto viveva all’interno della Riserva Naturale Statale del Bosco della Mesola, nel territorio ferrarese, ai margini meridionali del Delta del Po.



Questa popolazione, che conta attualmente circa 300 individui, costituisce un caso quasi unico in Europa: non è mai stata interessata da interventi di ripopolamento con esemplari provenienti da altre aree. Tale continuità storica ha consentito agli studi genetici più recenti di confermarne l’elevato grado di unicità, portando al riconoscimento del cervo italico come sottospecie distinta.

L’isolamento geografico prolungato in un ambiente peculiare come quello del bosco planiziale litoraneo del Delta del Po ha inciso profondamente sull’evoluzione di questi animali. Il cervo italico presenta, infatti, dimensioni corporee più contenute, un ridotto dimorfismo sessuale e palchi dalla struttura più semplice rispetto a quelli del cervo rosso europeo: adattamenti tipici di popolazioni che vivono in ecosistemi con risorse limitate.

Alla luce di queste caratteristiche biologiche ed evolutive, il cervo della Mesola viene oggi considerato un’Unità Evolutivamente Significativa (ESU), assumendo un ruolo di assoluta priorità nelle strategie di conservazione della biodiversità italiana. La sua tutela non riguarda solo una singola sottospecie, ma la salvaguardia di un patrimonio genetico e naturale irripetibile.

Leggi anche

Scopri come abbonarti
alla rivista #Natura!

Abbonati ora