Quasi tre quarti dei corsi d’acqua italiani sono in buona salute chimica, ma soffrono per inquinamento ed erosione. Critico il Sarno, migliora il Tevere, il Tirino fra i più puliti. Come stanno oggi le nostre arterie blu
Non c’è modo migliore per descrivere lo stato di salute dei fiumi italiani se non con il famoso aforisma di Eraclito: “Tutto scorre”. Non tanto nel senso dell’acqua carente, come vedremo, persino in inverno in alcuni corsi – ma per il continuo mutamento che, proprio come nel flusso descritto da “panta rhei”, sembra caratterizzare i nostri fiumi negli ultimi anni.


La buona notizia è che, a livello chimico, le acque di tre quarti dei fiumi della Penisola oggi godono di “un buono stato”, come ricordano gli ultimi dati aggiornati dal Ministero dell’Ambiente. Ma, proprio come l’acqua dei fiumi che scorre, anche gli indici di qualità variano costantemente a seconda delle zone: se in Sicilia e nell’Appennino meridionale i fiumi sono generalmente in difficoltà, nel Nord Italia – soprattutto in Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, ma anche parte della Liguria – appaiono invece in buona salute.
Diverso dal quadro chimico è quello dello stato ecologico, che può riguardare anche specifiche concentrazioni di inquinanti o metalli pesanti. In questo caso solo il 43% dei corsi d’acqua tricolore presenta una qualità biologica e parametri idromorfologici e chimico-fisici soddisfacenti. Entrambi questi “stati” sono fondamentali per le funzioni imprescindibili degli oltre 1200 fiumi italiani che, ad oggi, rappresentano preziose riserve di oro blu, aiutano la gestione del suolo mitigando il dissesto idrogeologico e fungono da casa per la biodiversità di migliaia di specie.
La crisi del clima, la perdita di habitat, l’erosione costiera e l’inquinamento restano, però, minacce costanti. Nel primo caso, il surriscaldamento globale, modificando la distribuzione delle precipitazioni, ha portato diversi fiumi – soprattutto nelle isole e nell’Appennino meridionale – a condizioni di forte siccità estiva. Anche in inverno, però, a causa dell’assenza di neve, si verifica spesso un importante deficit nivale.
Lo scorso inverno, ad esempio, Fondazione Cima, che analizza le risorse idriche, sottolineava come a dicembre fossero diversi i fiumi in sofferenza: in Emilia-Romagna Reno e Taro hanno sfiorato il -76% in termini di portata. Il Po registrava un deficit idrico nivale del -48% e l’Adige del -53%. Scendendo verso sud le condizioni si complicano ulteriormente: il Tevere -58%, il Crati -67%, il Simeto -77%. Inoltre, secondo ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), la disponibilità naturale di risorse idriche in Italia continua a calare: nell’ultimo trentennio si è ridotta di quasi il 20%.
COSA CI PREOCCUPA?
In termini di impatti ecologici, i problemi si fanno sentire soprattutto alle foci dei fiumi, come ricorda Legambiente nell’ultimo rapporto Goletta Verde: laddove i corsi d’acqua sfociano a mare, nel 54% dei casi analizzati (circa 101 fiumi su 188) si riscontrano, infatti, criticità come la perdita di habitat.
Preoccupa anche il fenomeno dell’erosione costiera. Uno studio dell’Università di Pisa, concentrato sui delta tramite immagini satellitari, rileva che il 66% dei 40 principali fiumi italiani è soggetto a erosione. A soffrirne in particolare sono il Po – vulnerabile a causa dell’innalzamento del livello del mare e della riduzione del trasporto sedimentario – ma anche Arno o Ombrone. In alcuni casi, come nel delta del Sinni in Basilicata, l’erosione supera addirittura i 10 metri l’anno.


Più in generale, ogni corso idrico italiano è soggetto a criticità differenti, che vanno dalla presenza di contaminanti (in molti casi microplastiche) all’assenza di depuratori, fino agli impatti dell’agricoltura: fenomeni che possono variare nel tempo. Fra i più problematici in assoluto ci sono il Sarno in Campania, purtroppo tra i fiumi più inquinati d’Europa e segnato dagli scarichi delle industrie del pomodoro in passato; il Sacco nel Lazio, che soffre per la presenza di composti chimici legati alle attività industriali; il Lambro, penalizzato da sistemi inefficienti di scarico delle acque reflue. Condizioni difficili che toccano anche il Grande Fiume, il Po, chiamato a fronteggiare il problema dei rifiuti plastici.
I “PIÙ PULITI”
Tra tentativi di bonifica, operazioni di pulizia, infrastrutture intelligenti e progetti di protezione ambientale e ripristino degli ecosistemi, esistono, però, anche esempi positivi di corsi che “scorrono” verso un futuro migliore.
Un caso emblematico è quello del Tevere, un tempo soggetto a forte inquinamento ma oggi, almeno nel tratto urbano di Roma, migliorato al punto da essere stato definito fra “i più puliti al mondo” nei 56 chilometri da Castel Giubileo alle foci, sostiene l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale. In questo tratto è stato, infatti, svolto un importante lavoro di depurazione.
Nell’Italia delle “arterie blu” ci sono poi altri tre fiumi da cartolina, finiti persino sulle copertine dei media internazionali per la loro bellezza, la pulizia o il fatto di essere tra i pochi a scorrere ancora liberi e privi di barriere artificiali. Il primo è il Tirino, in Abruzzo, che nasce da sorgenti sotterranee e attraversa la valle omonima: estremamente limpido grazie alla filtrazione naturale delle rocce calcaree, è riconosciuto come uno dei fiumi più trasparenti e belli d’Italia ed è molto amato per escursioni in canoa e attività fotografiche.
Anche l’Agri, in Basilicata, è considerato uno dei più sani dello Stivale, incastonato in un ambiente naturale ricco e ben preservato. Infine, in Friuli-Venezia Giulia, il versante adriatico è attraversato dal “re dei fiumi alpini”, il Tagliamento: uno dei pochi corsi europei che scorrono ancora liberi e selvaggi, privi di dighe, e habitat di numerose specie migratorie e animali come gheppio, upupa, volpe, tasso e trota marmorata.
LE PETIZIONI
Proprio per preservare questa realtà dall’ipotesi di nuove ingerenze umane, sono oggi in atto diverse petizioni promosse dai cittadini per difendere il Tagliamento. Proteggere i fiumi significa, infatti, anche proteggere le persone: non a caso, soprattutto alla luce dei disastri causati dalle alluvioni, tutte le regioni italiane sono invitate a limitare il consumo di suolo nelle aree a rischio idrogeologico, a frenare l’estrazione di materiali dagli alvei e, più in generale, come chiede anche il WWF, a “ridare spazio ai fiumi, favorendo sempre le soluzioni basate sulla Natura”. In fondo, significa davvero lasciare che “tutto scorra”.

