IL SEGRETO DEL BOSCO

31 Agosto 2026

di

Cesare Luceri

Alla scoperta della Wood Wide Web: la fitta rete di comunicazione sotterranea che custodisce il carbonio, protegge gli alberi e rigenera l’agricoltura del futuro

Sotto ogni nostro passo, nel silenzio dell’oscurità ipogea, si consuma uno dei patti più antichi della storia del Pianeta. Parliamo della micorriza, dal greco mykos (fungo) e rhiza (radice): una simbiosi mutualistica che dura da circa 400 milioni di anni tra il regno dei funghi e la quasi totalità delle piante terrestri, formando ovunque immense reti di connessione.

Se chiamiamo carpoforo quella parte carnosa del fungo che raccogliamo nei boschi (assimilandola a un frutto), le ife sono quei filamenti piccolissimi (analoghi alle radici dei vegetali) che costituiscono il vero corpo principale sotterraneo del fungo, detto micelio. La micorriza non è un semplice contatto, ma una fusione fisica in cui il fungo, attraverso le ife che si uniscono alle radici dei vegetali, diventa un’estensione potenziata della pianta, permettendole di esplorare il suolo con una precisione millimetrica.

Furono gli organismi fungini a permettere alle prime piante acquatiche di colonizzare le terre emerse, fornendo l’ancoraggio e i nutrienti minerali necessari in un ambiente allora ostile: senza questo cruciale “passaggio di chiavi” biologico, la vita complessa non avrebbe mai abbandonato gli oceani, e questa convivenza permane ancora oggi. La pianta, grazie alla fotosintesi, produce zuccheri che in parte vengono utilizzati dal fungo che l’ha colonizzata; in cambio, quest’ultimo estende i suoi filamenti invisibili, le ife, in una fitta rete che aumenta di centinaia di volte la superficie radicale utile, recuperando acqua e minerali che le radici da sole non raggiungerebbero mai.

Le endomicorrize rappresentano la forma più comune di micorriza, presente nell’80% delle specie vegetali, incluse quasi tutte quelle agricole, nelle quali le ife entrano letteralmente dentro le cellule della radice senza romperle. È un abbraccio microscopico che crea una superficie di scambio vastissima attraverso cui trasferire nutrienti direttamente alla pianta.

Le ectomicorrize sono, invece, tipiche degli alberi forestali come pini, querce e faggi. In questo caso il fungo non penetra nelle cellule, ma costruisce un mantello esterno attorno alla radice e si insinua negli spazi intercellulari. È questa struttura a formare la famosa “rete” che collega interi boschi, permettendo agli alberi di scambiarsi informazioni biochimiche e risorse vitali.

UN SISTEMA INTERCONNESSO

La complessa rete sotterranea formata da funghi micorrizici che mette in comunicazione le radici di alberi e piante all’interno dell’ecosistema forestale

La scienza moderna guarda oggi alla foresta non più come a un insieme di individui isolati, ma come un sistema interconnesso: la Wood Wide Web.

Attraverso le ife, gli alberi comunicano: un pino attaccato da parassiti può inviare segnali di allarme che, tramite le micorrize, vengono captati dai pini vicini, i quali iniziano a produrre sostanze repellenti prima di essere colpiti.

In questa rete vige una sorprendente “solidarietà arborea”: le “piante madri”, gli esemplari più antichi, utilizzano le micorrize per trasferire nutrimento ai giovani germogli nati all’ombra del sottobosco, che non sopravvivrebbero senza luce solare. Il ruolo delle micorrize è centrale nel nuovo paradigma del ripristino ambientale promosso dall’Europa. Esse sono uno dei fondamenti della resilienza ecologica: la capacità delle piante di resistere alla siccità dipende direttamente dalla salute del suolo e la micorrizzazione funge da scudo naturale contro patogeni e metalli pesanti, riducendo la necessità di eventuali interventi chimici.

Proteggere le micorrize significa garantire l’autonomia difensiva degli ecosistemi, obiettivo oggi prioritario alla luce della Nature Restoration Law, la prima legge europea che stabilisce vincoli per il ripristino della funzionalità biologica dei suoli.

Un aspetto spesso trascurato è che la cassaforte del carbonio non è solo nel tronco dell’albero, ma risiede nel suolo profondo. I funghi micorrizici, infatti, producono la glomalina, una proteina-collante che stabilizza il terreno e intrappola la CO2 per decenni. Fino a un terzo del carbonio assorbito dalle piante viene trasferito ai funghi. Se la rete micorrizica è integra, il bosco è una spugna di carbonio imbattibile; se si spezza, il terreno diventa una fonte di emissioni.

La transizione verso un’agricoltura rigenerativa trova nelle micorrize un alleato fondamentale. Superare la dipendenza dai fertilizzanti di sintesi, che inibiscono i funghi simbionti, è il primo passo per ridare vitalità ai campi. Un suolo micorrizzato produce alimenti con densità nutritiva superiore.

È questo il legame profondo con l’eccellenza della cucina italiana: la “Stella UNESCO” alla nostra gastronomia è un tributo alla biodiversità invisibile.

FRAGILITÀ ANTROPICA E RIGENERAZIONE DEL SUOLO

I funghi porcini sono i custodi invisibili della salute del bosco

Nonostante l’origine ancestrale, le micorrize sono vulnerabili all’azione antropica. Il degrado causato da lavorazioni meccaniche profonde e fungicidi sistemici sta portando a una “estinzione invisibile”.

Senza micorrize, le foreste diventano fragili e i pascoli inaridiscono, rendendo vani molti progetti di riforestazione. La sopravvivenza delle nuove generazioni di alberi dipende infatti dalla velocità con cui riescono a connettersi alla rete micorrizica preesistente.

Sebbene la rete impieghi poche settimane a formarsi, solo quando il bosco raggiunge i 20-30 anni essa diventa abbastanza fitta da fungere da sistema di supporto su scala ecosistemica.

La gestione consapevole degli oltre 11 milioni di ettari di superficie forestale italiana (INFC2015) rappresenta la base per garantire la resilienza dei territori. I presìdi sul territorio sono fondamentali per la conservazione di queste reti vitali, partecipando ai sistemi di monitoraggio della salute dei suoli e alla tutela dell’integrità dei cicli biologici. Come evidenziato dal nuovo art. 9 della Costituzione, la tutela della biodiversità è un dovere verso le future generazioni. Custodire la foresta significa chinarsi a proteggere l’oscurità del suolo, dove si scrive il destino della nostra resilienza. Rigenerare l’uomo, in fondo, significa riconoscerlo parte di questa trama invisibile, responsabile di un equilibrio che non abbiamo creato, ma che abbiamo il dovere di tramandare integro.

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